Polexia racconta, Cecilia scrive.

Un piccolo appartamento questo.

Polexia (la seconda me) racconterà Cecilia (la prima me).

Magari con fastidio, ma sempre con amore.

Capirmi? Proviamoci.

«Vorrei capire.»
«Cosa?»
«Tutto, tutto questo.» Accennai intorno.
«Capirai quando avrai dimenticato quello che capivi prima.»

Italo Calvino, “L’origine degli uccelli”

Io trasloco, io ho una storia. Fase uno.

trasloco

– Sono le otto. Preparo il caffè, sì, ma dov’è? Prendi tu lo scotch? –

– Non ce l’ho. –

– Va beh, i giornali? –

– Neanche. –

– Ok. Il pluriball, o insomma, qualsiasi cosa per imballare? –

– Ehm, no.  Dai, ti offro il caffè al bar e andiamo a comprare tutto? –

– Perdiamo tempo santocielo. Andiamo, su. –

– Eh, non ho avuto tempo. –

– Sì, certo. –

– Allora, la parola d’ordine è BUTTARE. Siamo intesi? –

– Assolutamente. Sono d’accordo. Basta vivere invasi dalle cose. Basta cose. – Alzo il volume.

– Oh, brava. Perfetto. Così dimezziamo i tempi. Ad esempio, questo. Via, no? –

– Ma come? Come faccio senza seau à glace? –

– Adesso dimmi quando mai l’hai usato. –

– Cosa c’entra, può sempre tornare utile. –

– E quando l’hai comprato, scusa? –

– Non l’ho comprato. –

– Cioè? –

– Lo presi alla fine della mia prima stagione in un albergo, come ricordo. Ecco. –

– Cioè, l’hai rubato?! –

– … –

Alzo il volume.

Come posso correre di nuovo, rischio di perderti. O di ritrovarmi. Non mi sono persa, corro come la mia mente corre. Correre dove le macchine non raggiungono. Cammino, danzo – male – ma non riesco a fermarmi. L’uomo cieco resta lì, con i suoi occhi belli e bianchi. Io vado dove posso guardare. Io muovo i miei occhi dove posso cercare. La paura balla con me. Quando ero seduta non ricordavo. Ora so dove ricordare. Ora so dove ballare.

– Ehi! Ci sei? A volte non capisco dove sei. Dunque, allora, questo coso per fare i frullati? –

– Assolutamente da portare! – Alzo il volume.

– Ma, non ti ho mai vista con un frullato in mano! –

– La nuova me potrebbe averne voglia o sentirne la necessità. –

– Uppercarità. Però, ecco, Cecilia, questi, no. No. Mi rifiuto. Pesano troppo, dobbiamo attraversare tre Stati, su. –

– Invece sì!  Potrei aver bisogno di sapere cosa è successo durante i trattati fra Roma e Cartagine. –

– Ma, per quale ragione esattamente? –

– … –

Io ho una storia. L’ho chiusa a chiave e mi scosto dalla finestra. Devo mettere a posto, le sciarpe nere, spingere via le cornici bianche. Ora, assaggio le storie.

Alzo il volume. 

– E smettila di ballare! Non è che se balli puoi evitare le risposte. –

– Ma, ascolta! Ascolta! Che pezzo! Arriva con l’inverno, ci salva, scaraventa giù il cielo di Novembre. Dio, Dio chiudi gli occhi, balla!–

– Sì, ascolto e hai ragione. Balla, ballo. Poi però ti concentri. E ti anticipo che ti vieterò di portare via la scimmia. –

– Pretendi che io vada via per sempre senza nulla di me accanto.- 

Alzo il volume.

– Cecilia. Puoi portarti la musica, una penna, i libri e la giacca pelosa fucsia. –

– Hai ragione. Non ho bisogno di altro. Non m’importa di niente. –

– Ho perso Cobain. –

– No, è nello scatolone delle calze da un po’. – 

– Portatemi delle crocchette, questa confusione mi sta facendo diventare isterica. – 

– Annie, dove sei? Non ti vedo. –

– Sono qui, tra l’asciugacapelli e il frullatore. – 

– Cin cin. –

– Balliamo. Alza, alza quel volume!–

– Balliamo. –

– Ho i brividi. – 

“I am alone now. I am beyond recriminations
Curtains are shut. Furinture has gone.
I am transforming. I am vibrating.
I am glowing. I am flying.
Look at me now.
I am flying.
Look at me now.”


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E Lei prese la parola. E lei, e l’amore.

10541043_10203646208588849_5089669437847850458_nHai paura di essere dimenticata? Hai paura?

Ero seduta, comoda, con la schiena spenta alla poltrona. Quella rossa, con il velluto rosso. Una gamba, la destra, raccolta. La sinistra, libera, incapace di essere ben salda alla terra. Terra fredda. Ero molto stanca, Cobain mi fissava, bastò un cenno per far sì che mi saltasse in braccio e che mi scaldasse il petto con il suo folto e morbido pelo nero. Il suo naso umido mi fece il solletico al collo, scattai di colpo. Mi ricordai di come il mio corpo reagisse sempre esageratamente.

La osservavo ormai da tanto tempo, tanti anni. Aspettavo, l’aspettavo. I miei occhi fissi indugiavano su di Lei. Ascoltavo “We know who U R” – Nick Cave negava udienza al silenzio – e lentamente iniziai a dondolare.

E Lei stava ferma, immobile. Seduta a terra, stesa a terra, le gambe incrociate. Una parete di cemento la sorreggeva. E Lei, aveva lo sguardo fisso, assente.

Il giorno aveva regalato lo spazio alla notte. La luce si si era ritirata per ricordare l’importanza delle ombre.

Pazienta. Rinuncia a te stessa.

Lei iniziò senza controllare, senza guardare. Vigile nel raccogliere i suoi fantasmi, iniziò a parlare.

 – Fu il primo istante. L’istante in cui il suo sguardo alzò la direzione verso me. Il mio scheletro, dei suoi lineamenti si compose,  delle sue tempeste si nutrì. Tutto si riunì in lui, o sparì in lui.

Tutto quello che mi aveva creata, tutto quello che avevo amato fino a quel momento: il mare, il Long Island, il silenzio, le giacche, la pasta con il ragù, l’inquietudine, Eddie Vedder, il divano, la montagna, l’ironia, scrivere, i capelli lunghi, Since I’ve been loving you, le barbe, le biciclette, i libri, il cinismo, la chitarra, i gatti, il San Simone, i confini, le parole, le lacrime, Sean Penn, le droghe, i sospiri, gli affettati, Berlino e il dolore, si riunirono ed entrarono in lui. Avrei potuto vestirmi d’argento, sarei potuta essere il vento per scrollarmi di dosso la sua linfa, che mi avvicinava l’aria per respirare. Ma lo scheletro era il mio eroe, che mai moriva. –

– C’è sempre una scelta – accennai.

– Cazzate – tuonò.

– Un giorno capirai come ammazzarlo – tentai.

– Non m’importa – chiuse.

– Sei mai stata felice? – Cambiai.

– Sì. Per trenta, trenta imperdonabili secondi. A meno sei. Un freddo che ha congelato quei secondi, per sempre. –

Finì l’aria. Decise di alzarsi, non mi guardò più  e se ne andò.

Concluse così.

Ed è stato così che l’ho conosciuta, è stata la prima volta che si è pronunciata.

Era ora, per Cobain ed Annie, di mangiare.

– Su ragazzi, questa sera, tacchino. –

– Domani andrà meglio, pazienta ancora un po’.  – Strusciò l’amore, Annie.

– Domani, spero nel pesce oceanico. – Solo fastidio, per Cobain.

Rape me, my friend.

SeattleLa malinconia che ha attraversato, e vissuto, la mia mente in questi ultimi giorni è stata per un bel pezzo un’incognita.

Non riuscivo a canalizzarla. Tentavo di riconoscerla, capirla, accoglierla.

E alla fine ci sono riuscita.

Difficilmente ho provato questo tipo di sensazioni per la perdita di un personaggio conosciuto.

Quasi mai, anzi, mai (in età – passatemi il termine – adulta).

Mi sono dispiaciuta, sì. Sì per le ragioni note a tutti. Quando viene a mancare una persona importante – e per importante intendo preziosa – dal punto di vista di ciò che è riuscita a trasmettere con le sue capacità e magie, tutti si perde qualcosa.

E invece, la morte di Christopher John Boyle – altrimenti detto Chris Cornell – mi ha travolta perché, con il passare dei giorni, ho capito che è morta la mia giovinezza, la mia adolescenza, colei che si è resa conto di poter parlare, arrabbiarsi, condividere.

(Dal capire di poterlo fare, al farlo, sono occorsi in realtà tanti anni ancora, ma questo è un altro discorso.)

Quegli anni, gli anni in cui non capivo nulla. Gli anni in cui non pensavo di poter parlare per sfogarmi, per chiedere aiuto. Gli anni in cui alla televisione c’era la guerra. La mia prima guerra in tempo reale. Gli anni degli ormoni e dei sentimenti impazziti. Ecco, gli anni in cui una furiosa corrente si faceva gioco del mio corpo e della mia mente, alla quale però non permettevo di uscire. Le permettevo invece, di mangiarmi le viscere. E così era per tanti, ma tanti davvero, miei coetanei. C’era un vero disagio interiore in tutti.

Questa parola, disagio, che ora è così tanto di moda.

Ma nessuno ne parlava. C’era una sorta di vergogna, di sarà normale, di soffro tantissimo ma non rompo le palle. Ma normale non era, oppure sì, ma chi lo sapeva? E così, tanti ragazzi intorno a me hanno deciso di perdere. Di perdere la loro così breve e insufficiente vita. Senza aver la coscienza di ciò che stavano per fare, hanno virato per quel passo che, per loro, li avrebbe liberati da quel male di vivere che avevano incontrato (sì, semi citazione.) E nessuno ne parlava. Tanti tabù, innumerevoli non detti.

Ma, come un’onda che ti travolge e che ti fa udire: sono qui! ti prendo la mano, sono qui! sporgiti e parlami! “I will be there once more”, è arrivato questo movimento. Incazzato, arrabbiato, così infelice e scontento eppure così intenso e dannatamente empatico, che bastavano i primi secondi di una melodia per sentire i brividi e le emozioni farsi realtà, farsi tangibili. Finalmente. Qualcosa di mio. Qualcosa che non mi era stato trasmesso negli anni, ma che era mio. Amico, mio.

Mi riferisco al movimento Grunge. A quelli con le felpe e la camicia di flanella.

Quello che ha portato alle prime condivisioni, dalle letture e traduzioni dei loro testi alle telefonate con la loro musica che permeava in camera, nel proprio mondo. Alle ore passate nella macchina del più grande, fumando le sigarette e ascoltando. Non c’era più tutto quel tormentato silenzio. Nella realtà stavamo comunicando la nostra sofferenza. E lo capivamo, lo sentivamo, la condividevamo.

Quello che ha portato al non dover apparire, ma essere. Anche se hai una felpa dieci volte più grossa di te, o una camicia vecchia e brutta, chissenefrega. Guardami negli occhi. Parlami. Raccontami. Chi sei.

E allora violentami, amico mio. Fallo, parlami. Dimmi, urlami addosso, ma fallo. Fai qualcosa, cazzo. Non stare da solo. Non girarti dall’ altra parte.

Queste sì, sono alcune parole di un certo Kurt Cobain che porto dentro una tasca del mio cuore, in compagnia di tante altre, da quegli anni e che mi hanno aiutato, tantissimo. E come le sue, quelle di Cornell, Vedder, Staley, Lanegan. Loro che mi hanno tenuto la mano e non l’hanno mai lasciata.

Ecco, ora sono quasi tutti morti.

Ma quelle emozioni, tragicamente affollate negli anni della crescita, saranno sempre e per sempre parte fondamentale della mia esistenza. La sofferenza, quando inconsapevole, può essere una seria minaccia per una rinascita. Ma se hai avuto la fortuna di accompagnarla e attraversarla con loro, che ti tenevano la mano, che ti tenevano la mano davvero, allora sei stato fottutamente fortunato.

Questo è il mio saluto a Chris, Kurt e Layne. Persone.

Persone che sono state fondamentali a una come me. Quando le notti erano veramente tanto lunghe, insopportabili, da sole e quando interi giorni naufragavano senza le parole.

Nel bene e nel male.

Mentre scrivevo queste righe ho ascoltato “Seasons”, proprio di Chris Cornell.

La farei ascoltare. L’ascolterei. Potrebbe aiutare, un po’. Forse.

La testa, i pesci rossi.

albero 1Due fascette, gialle. Io detesto il giallo. Una alla base, una alla fine. Un taglio netto. Spazzato via nel tempo di un ricordo che affiora all’improvviso. Non piango per dignità ma, dentro me, urlo. Si è alzato il sipario.

Cammino ancora, l’aria è fredda, attraversa il collo sprigionando una scossa che mi fa rabbrividire. Cammino, cammino. Ma dove vai, non devi andare da nessuna parte, torna a casa.

No, cammino. Cammino. Arrivo alla collina.

La guardo, la fisso, l’annuso.

Respiro e mi manca l’aria. Non c’è più, ciò che non c’è.

Mi siedo sull’erba, fa un freddo cane, eppure non tremo più. Il mio sguardo è fisso. Non si muove. Ma questa volta non aspetta. Non è in attesa. Non sta scappando, non sta ascoltando. Fissa, alto. Guarda, avanti.

Sopra di me un’estensione di tralci, che sembrano creare una gigantesca ragnatela, mi avvolge e mi sovrasta completamente.

Mi torna alla mente. Cammini e non ti giri.

La testa è leggera. Nuda. Senza scorta.

Mi alzo, cammino. Apro la porta.

Accendo l’ampolla dei miei pensieri. I miei pesci rossi sono lì. Si muovono in tondo, sistematicamente senza cambiar direzione. Girano, girano. Mi attendevano per attivarsi, per vivere.

Mi vedono e sussultano. “Oh, merda!” Esclamano all’unisono.

“Ma sarai ancora come prima? Voglio dire, sei diversa” Mi chiede ansiosa e disperata, Nina. Le ho risposto che spero di sì ma un po’ spero anche che, no. Che freddo che fa, adesso.

“Ti prego piccola mia, non farmi fare più nulla di cui mi pentirò” mi ordina, perlustrandomi, Egon.

Gli rispondo che cercherò di fare il possibile ma che, sulle stronzate, sono primo dan.

“E’ diversa sì, ma è pur sempre lei, no? Siete in grado di diventare dei pettegoli da vergognarsi. Io dico che non cambierà niente. Andremo avanti, come sempre”. Ruggisce il maestro, Roberto.

“Sei sempre bella, non ti preoccupare. Andrà tutto bene” mi consola la calda e accogliente, Josephine.

“Cristosanto, mi chiedevo cosa stesse aspettando.” Accarezza, com’è solita fare, Bianca.

Li guardo mentre non riescono più a fare a meno l’uno dell’altra. Si odiano, si amano, battibeccano e mi guardano tenaci e trepidanti. I miei pesci rossi.

Mi scappa un sorriso. Mi scappa una promessa.

“Ero sbagliata prima, lo sono tutt’ora. E allora, che importa? Non m’importa. Non temete, prometto che mai diventerete un cliché. Mai permetterò di ergermi a giudice. Si deciderà sempre insieme. Mai, e ripeto, mai cambierò ciò che siete e, se qualcuno fosse dovuto morire prima, beh allora morirà anche adesso. Dell’amore? Non siate ingordi, lo scoprirete col tempo. Sappiate che io non taglio mai. Nessuno, niente. A parte adesso.”

“Comunque non è questione di paletta su o paletta giù. E’ questione di accenti. Un accento può fare la differenza. Dieci secondi possono fare la differenza. Penso che tra di noi si debba trovare un equilibrio in base alla piega che prende. Dobbiamo riunirci e decidere insieme chi deve rivolgersi a lei e quando, per esserle di supporto. Di ostacoli penso ne abbiamo le pagine piene, no? Siete d’accordo?” Domanda, il saggio Paolo.

“Oh, ma vi date una calmata tutti? Si è solo tagliata i capelli! Mica è Sansone!”

Rovina tutto,  il mio disastro, Geremia.

Polexia, racconta. Cecilia scrive.

Giacomo e Plutone.

 

Ve ne ho mai parlato?plutone-leopardato

No. Non penso. La mia eterna passione per Giacomo ebbe inizio non molto tempo fa. Qualche anno. Lo incontrai attraverso un periodo di tormenti in cui i giochi, i girotondi e la luce erano stati accantonati in un cassetto all’interno di una scatola, all’interno di una roccia, all’interno di una montagna. Su Plutone.

Al nostro primo incontro, fui presa a ceffoni da queste parole:

“Il dolore o la disperazione che nasce dalle grandi passioni o illusioni o da qualunque sventura della vita non è paragonabile all’affogamento che nasce dalla certezza e dal sentimento vivo della nullità di tutte le cose, e dell’impossibilità di essere felice in questo mondo, e dalla immensità del vuoto che si sente nell’anima.”

Furono le prime di una lunga serie che mi portarono a leggerlo, ad amarlo. Tantissimo.

Sì perché Giacomo entra nelle tasche di ogni tuo indumento. Entra nel portamonete, nella tazza del caffè. Te lo ritrovi nella lavatrice, esce dal tombino appena fuori casa. Ti saluta quando prendi gli occhiali da sole, ti cazzia quando dimentichi di comprare la carta igienica. In macchina ti siede a fianco anche se è pauroso, e si tiene stretto stretto alla maniglia della portiera. A letto, ti chiede com’è andata la giornata. Al cinema è noioso, deve obbligatoriamente dire la sua. Ma aspetta che sia finito il film, no? Ogni tanto ha delle manie di protagonismo che devo sedare.

Ormai ci conosciamo bene. Tanto che gli ho dato un soprannome. Essendo due  taciturni, argomentiamo proprio solo quando la necessità e la fatica ce lo impongono. Solitamente il martedì. Perché il martedì è ambiguo e si ha bisogno di qualcuno accanto. Lui lo sa, io lo so. Per il resto ce la intendiamo anche senza dover obbligatoriamente confessarci. Lui ha un caratteraccio spesse volte, ma devo ammettere di non essere poi così di facile gestione nemmeno io. Comunque tiriamo avanti, io e Giacomo.

Lui m’insegna molto. Ogni giorno da quel dì.  Ogni qualvolta io sia a scrivere, lui mi aiuta, mi ricorda la vastità degli splendidi vocaboli esistenti in italiano. Una volta, erano i primi incontri, gli domandai “Giacomo, posso farti una domanda?” Sperando mi sollevasse. Lui replicò “Dimmi, tenero core.” Continuai con la domanda, anche se con quelle tre parole già mi aveva fatto emozionare e capire. “Hai presente la notte? Quando l’unico rumore che senti sono le tue viscere che urlano con ferocia per ciò che non c’è più? Come lo spieghi?” E lui rispose

“Tu dormi, che t’accolse agevol sonno nelle tue chete stanze; e non ti morde cura nessuna; e già non sai nè pensi quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.”

Avere un Giacomo accanto, a volte, peggiora la situazione.

Da allora, cerco di limitarmi nelle domande.

E la mia mano sinistra, quella che dà voce alle mie viscere, non è mai sazia delle sue parole e, oggi, aveva il desiderio di ringraziarlo. So bene che non arrossirà ma alzerà gli occhi, perché io sono più alta, e con quella grazia ed eleganza che lo accompagnano, risponderà con un disarmante sorriso.

Che belli i sorrisi di Giacomo! Ve ne ho mai parlato? Magari lo farò, un giorno.

Plutone ora sa tutto.

Polexia, racconta. Cecilia scrive.

Nella foto: Plutone Leopardato, in un cassetto.

L’amore e il fastidio, la mattina.

baiocchi-in-fuga“Hei, oggi non ti alzavi mai.”

“Buongiorno anche a te. Eh, lo so. Ho dormito poco. Ho scritto fino a tardi, ma ho preparato la moka prima di andare a letto. Ora l’ accendo.”

“Oh, vedo che ascolti i miei consigli ogni tanto.”

“Sì, ogni tanto, è vero. Mamma mia che tempo, è ancora buio. Buio freddo.”

“D’altro canto a gennaio non si può pensare che ci sia luce alle sette e mezza del mattino. Piuttosto, hai mangiato ieri sera? O meglio, di cosa ti sei nutrita?”

“Biscotti.”

“Come biscotti?”

“Sì, ero seduta sulla poltrona e la cosa più vicina a me erano i biscotti. Ma quelli buoni, i baiocchi! Sai che amo i baiocchi.”

“I baiocchi. Ma come puoi pensare di cenare con quella robaccia. Almeno hai bevuto?”

“Un po’”

“Immagino quanto. Era acqua almeno?”

“Sì”

“Basta che mi distragga per un po’ e lei che fa? Si dimentica di tutto. Poi si lamenta che ha le mani e le gambe gonfie. Non beve! ”

“Sì lo so ma non guardarmi con quegli occhi. A volte il tuo sguardo è inquietante. E poi, per dirla tutta, non eri distratto. Stavi dormendo sonni profondi, non ti sei neanche degnato di avvicinarti quando sono venuta a letto.”

“Proprio perché dormivo non l’ho fatto. Bah, tempo sprecato, il mio. Senti, oggi se riesci prendi del tonno? Ho bisogno di stare un po’ leggero. Ho fatto poco movimento ultimamente.”

“Come lo vuoi? In umido?”

“Ma no! Sai che in umido lo patisco!”

“Vero, hai ragione.”

“Che testa che hai. Fosse per te non ricorderesti neanche il tuo nome.”

“E infatti ogni tanto mi capita di dimenticarmi. Di me.”

“Dai su, ora non diventarmi tragica come tuo solito. Vestiti che farai tardi. A volte mi chiedo chi ce l’ha fatto fare di stare insieme.”

“Beh, se per questo io invece a volte mi chiedo se mai riceverò un minimo di affetto in più. Non perché sia dovuto, ma perché vorrei che tu lo sentissi. Vorrei che ti sentissi più vicino a me oltre che a casa mia.”

“Nostra vorrai dire, al massimo. Va beh, non dilungarti. Cosa ne pensi di un po’ di fondotinta, sei color parete.”

 “No, proprio no. Non ho tempo e neanche m’importa. Posso farti una carezza?”

“No.”

“Ti ricordi qualche anno fa? Le carezze, i giochi e le capriole che facevamo insieme.”

“Ricordo, le capriole non ti sono mai venute.”

“Sai che ti voglio bene?”

“Sì va bene, ah… ricordati anche che stasera è giovedì.”

“E cosa dovrebbe ricordarmi?”

“Ecco, appunto. Il giovedì non puoi uscire. Sai che almeno una sera ti voglio a casa.”

“Neanche uscissi sempre, per carità! Dio, quanto sei egocentrico.”

 “Dio, che fastidio! Veramente niente ti si può dire!”

“Sì, sono nervosa, e stanca. Ma anche tu però! Va beh. Allora, io vado. La sola idea di uscire con questa temperatura polare mi mette ansia. Che fai adesso tu?”

“Penso che dormirò un po’, questa conversazione mi ha stancato.”

“La tua gentilezza ti precede.”

“Le crocchette! Ricordati le crocchette!”

“Sì, Cobain. Tonno, il tonno.”

“Eh.”

“Eh lo dico io. Tu sei un gatto, non puoi dire eh. ”

Polexia, racconta. Cecilia scrive.

Photo: tipica coppia moderna di baiocchi sopravvissuti, mentre tenta la fuga
(Nessun baiocco è stato maltrattato durante la produzione di questo articolo)

Sono le tre e un fastidio

clockQuando guardo l’orologio, ormai come una tradizione, quelle fastidiose gambette nere segnano le tre e qualche minuto. Della notte. Della mia notte e del mio piccolo, scoordinato appartamento. Sì perché io non scrivo di giorno. Le poche pagine solari partorite non hanno quasi mai prodotto nulla di sensazionale. Alla luce dedico riletture e correzioni. In quelle notturne, invece, ho ricevuto le visioni migliori. Eppure, quanto vorrei poter scrivere pagine meritevoli anche di giorno.

Io sono una giornaliera. Lo sono sempre stata. Verso le cinque del pomeriggio inizio a scorgere le tenebre, vedo doppio, sbaglio le parole o le scambio con altre mentre parlo, e penso di non farcela ad arrivare alle nove di sera.

E difatti è così. Dalle nove di sera discorrere, intraprendere attività ludiche, fare i mestieri di casa diviene complesso, faticoso, delle volte impossibile. Fatico, molto.

Poi però scattano le gambette fastidiose e, tra la undici e le due, eccole lì. Scavalcano i vetri, corrono, si rincorrono e mi rincorrono.

Mi fissano, mi spogliano. Mi giudicano, mi investono. Sono le idee. Escono dal mio cervello, mi si piantano davanti gli occhi. Che io sia a letto, sul divano, che io stia leggendo, cercando di conversare o che, inaspettatamente, io sia fuori casa a loro non fotte nulla. In questi ultimi due casi, evidenti e lunghi vuoti portano a domande, tipo “Tutto bene?” oppure, l’interlocutore cerca di farmi rientrare con i tranelli, tipo “Cosa ne pensi?” o ancora,  la peggiore “Mi stai ascoltando?” E vai a spiegare.

Dicevo. Le idee. Si piazzano lì davanti. A volte sono un tavolino o il vento. Possono essere un uomo o un giorno durante la Guerra Fredda. Un gatto o un coma. Un tossico o una canzone. I capelli corvini o un prete. L’angoscia o una poesia. Il freddo o un ricordo di Nina. Un fantasma o l’amore. Reza o un giardino di pietre. Un letto d’ospedale o una missiva.

Dopo un principio di fastidio, amo subito tutti. Difficilmente posticipo perché raramente mi ricordo le cose e, anche volessi, loro non aspettano. Scalpitano. Vogliono esistere, pretendono che io le faccia vivere, o sopravvivere. Quelle seccanti gambette nere si precipitano quindi verso quelle ore in cui la natura ha sentenziato che il sonno è importante. E invece no, alle tre e un fastidio io sono seduta sulla mia poltrona di velluto rosso (ma rosso scuro, non rosso rossetto) con la compagnia di qualche sigaretta e di tanto caffè. Cascasse il mondo, cascasse la terra. Purtroppo, o per fortuna, io non riesco a farne a meno.

Sono lì. Dicono molte cose, si muovono, tacciono, uccidono, amano, si mancano, camminano, pensano, fumano gettando la cenere su quel tavolino attraverso il mondo che ho creato, per noi. E allora compongo.

E’ necessario per loro, com’è vitale per me.

E mi trasformo, vivo attraverso. Io sono tutti e sono niente. O è tutto il contrario. Io non lo so e non m’importa sapere. Che palle dover sempre cercare un perché.

E poi i miei gatti sono contenti. Tirano un sospiro di sollievo perché in questo modo non devono mentirmi dicendo che sono contenti delle mie attenzioni. Loro mentono spesso e non riesco mai a smentirli.

Della sveglia alle sette e un quarto, del non rendermi conto se sono un tavolino o l’angoscia dello stesso e del fastidio postumo, lascio invece libero pensiero.

Polexia, racconta. Cecilia scrive.